Quali garanzie processuali per lo straniero?

Posted by Ferdinando D'Ambrosio on Febbraio 06, 2015
Penale

     Quali garanzie processuali per lo straniero?

      L’art. 143 c.p.p., modificato dal decreto legislativo n.32 del 2014, richiama i principi cristallizati dalla Direttiva Europea 65/2010/EU finalmente recepita nell’Ordinamento italiano, in relazione alla parità di trattamento, in sede processuale, degli imputati/indagati stranieri ed italiani.

     La novella normativa prevede, in favore dell’imputato alloglotta, la traduzione degli “atti fondamentali” e  tali sono quelli necessari per garantire che gli imputati o gli indagati «siano in grado di esercitare i loro diritti della difesa e per tutelare l’equità del procedimento». 

     I «documenti» in tal senso obbligatoriamente da tradurre sono l’informazione di garanzia (articolo 369 del Cpp), l’informazione sul diritto di difesa (articolo 369-bis del Cpp), i provvedimenti che dispongono misure cautelari personali, l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, i decreti che dispongono l’udienza preliminare e la citazione a giudizio, le sentenze e i decreti penali di condanna.

     La ratio della norma è palese: rendere sostanziale la parità processuale tra cittadini stranieri e cittadini italiani, affinchè i primi, come i secondi, possano godere delle medesime garanzie processuali. Il comma 4 dell’art. 143 c.p.p. prevede che l’accertamento sulla conoscenza della lingua italiana sia operato dall’autorità giudiziaria che è tenuta a verificare se l’imputato alloglotta sia in grado di capire le accuse mosse a suo carico, al fine di potersi difendere.

La legge è chiara e sembra lasciar poco spazio alla fantasia….

 

     Ma cosa accade nella realtà?

     Nella pratica processuale, purtroppo, l’accertamento avviene con la semplice domanda: “lei capisce l’italiano?” a cui viene risposto laconicamente “poco” e la conseguente richiesta di declinare le proprie generalità.

     Tuttavia, molto spesso, l’imputato è forse in grado di capire e rispondere a domande elementari, ma certamente non è capace di comprendere il contenuto degli atti giudiziari a suo carico.

     È palese che non può essere questa la “parità di trattamento” a cui si riferisce la Direttiva Europea e finalmente declinata dall’art. 143 c.p.p., né è plausibile un tale semplicistico raggiro. In quanto, in caso contrario, verrebbero a cadere i diritti Costituzionali su cui si fondano le tutele processuali in sede giudiziaria e si dovrebbe pertanto distinguere tra il diritto di difesa “formale” per gli stranieri, e quello “sostanziale” degli imputati italiani, che di certo non può essere il fine perseguito dal legislatore.

     Avv. Alessandro Gammieri

      Caf Portici – Servizi di Patronato

 

      Assistenza Legale Civile, Penale, Lavoro e Previdenza

 

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